Vivo in questa parte di mondo dimenticata dal Dio bianco americano ormai da lungo tempo

Ho conosciuto molti stranieri che sono arrivati in questa terra apparentemente non accogliente e scomoda per le ragioni piu’disparate.
Lavoro, amore, soldi, problemi, curiosita’.
La maggiorparte di questi profughi d’anima rimane ad Haiti un tempo limitato a contratti, tradimenti, liquidita’, ancora piu’problemi e incongruenze culturali.
Pochi si fermano davvero, per avere chance e tempo di ascoltare con tutto il corpo, e con tutta la mente, il richiamo di quest’isola.

Vorrei soffermarmi su questa sensazione a me ben nota ma incomprensibile per molti, di appartenenza a quest’isola.

Haiti cherie.
Forse decido di scrivere questo per chiarirla meglio anche a me stessa, prima che agli altri.
E’ stato il mio amico Gianfranco, chef della pasta fatta a mano di Cafe’l’Europe di Port Au Prince che per la prima volta mi ha fatto realizzare che forse non ero cosi strana, che era una sensazione che capita ad alcune persone.
Perche’rimani qui? Nei gesti delicati delle mani di Gianfranco vedevo il tentativo di delineare una forza impalpabile, quasi fosse un gigantesco magnete, per spiegarmi cosa lo faceva tornare qui.
Sorrideva spaesato, non aveva nessun altra risposta valida, sembrava quasi una farfalla colorata mentre mi spiegava questa sua condizione… confusa, delicata, senza senso ma determinata nello sbattere le ali e a dirti che e’viva.
Era sempre tornato qui, nonostante tutto, senza nessuna ragione ovvia.
Perche’qui di ragioni ovvie ce ne sono ben poche. Caos, sporcizia, caldo, immondizia, pericolo, disorganizzazione, abbandono, degrado, e poi terremoto, colera, presidenti peggio di disastri naturali… uno stato fallito.
I cittadini haitiani sono abbandonati a se stessi, perche’lo stato e’dichiarato fallito.


Ma siamo ai Caraibi, qualcuno dice.

Si, il caldo e’uguale, ma soffoca di piu’perche’mentre nella sorella oltre confine dominicana l’aria del mare spazza via l’inquinamento, la cappa d’umidita’ e si respira, qui le montagne che abbracciano Port Au Prince soffocano tutti noi in un ricambio d’aria inesistente.
Siamo ai Caraibi, qualcuno dice.
Si, il mare e’ stupendo, proprio quello delle cartoline, ma noi anche se viviamo ai caraibi il mare lo vediamo molto di rado. Possono passare mesi prima di poterci rilassare in un’acqua che comunque ad una certa ora si sporca di bottiglie ed alghe.
Perche’ci vuole un’ora e qualcosa per arrivare al mare, e bisogna organizzarsi con le macchine, con i soldi, con la gente, con la benzina, con gli orari… non e’cosi semplice come prendere la macchina sottocasa e guidare.
Qui non si puo’fare.
Ed e’proprio questo il punto dolente, le restrizioni, che quando non sono imposte dalle varie ONG per cui lavoriamo, ci vengono imposte dal buon senso o semplicemente dall’impossibilita’ di fare altrimenti.
Pericoli per le strade, elezioni, manifestazioni, o semplicemente manca la benzina per settimane perche’le navi statunitensi tardano (eccheglienefrega a loro?), ma anche nei periodi buoni, quelli di peace and love per intenderci, tu bianco molliccio, non puoi scorazzare liberamente per le strade, solo perche’sei bianco.

Attiri l’attenzione di una miriade di esseri umani

Ti sorridono, ti imbruttiscono, ti sgridano, ti odiano, ti ammirano, ti toccano, ma soprattutto ti chiamano, e ti guardano. BLANC! BLANC! BLANC!
E tu cosa fai? Finta di niente? Sorridi? Ti arrabbi? Ti innervosici? Le provi tutte, ma non c’e’ mai quella giusta, perche’non sai come ti stanno vedendo loro.
Tu sei quello che ha soldi, perche’non gliene vuoi dare?
Tu sei quello che ha la liberta’, perche’non hai compassione?
Tu sei quello che sei venuto ad aiutare, perche’non lo fai? Tu sei quello che ha portato il colera nel loro paese, anche se non lavori all ONU, ed allora perche’ non te ne vai?
Hai visto quello che hai fatto? Ma soprattutto tu sei quello che si arricchisce nel LORO paese, ed allora perche’ loro devono essere poveri?
Ed allora perche’loro ti dovrebbero sorridere quando sei tu a rubargli i soldi?
La stragrande maggioranza della gente che si incontra per le strade ha questi pensieri, e qui la gente per la strada e’ tanta. Imprevedibile ogni secondo.
Ed allora dov’e’ la nostra liberta’?
Non c’e’ piu’. Perche’non possiamo sentirci mai sicuri.


Ritorniamo alla domanda.

Ed allora perche’ ci torni ad Haiti? Perche’sei qui e non in un altro posto? Perche’qui c’e’davvero un magnete di dimensioni immense, l’enegia di quest’isola e’davvero forte e con la sensibilita’adeguata ne veniamo attratti.
I colori… del cielo all’imbrunire, della pelle della gente, dei dipinti esposti in strada, del mare la mattina quando e’calmo, dei mango maturi, dei tap tap che sfrecciano nel traffico.
Energia di corpi in movimento, sempre, ovunque, come un enorme formicaio, tutti stanno sempre facendo qualcosa.
La musica sostituisce la quiete che qui non esiste a nessuna ora, e tutti ballano, soprattutto i bambini, non esiste la vergogna.
Energia mentale, perche’gli haitiani sanno fare tutto e parlano tutte le lingue che gli capitano sotto mano.
Sono artisti, pittori e scultori, sono elettricisti, idraulici e interpreti, anche se per il momento sono autisti privati.

Quando torniamo?

Quando torniamo a casa dopo mesi di Haiti siamo contenti di poter fare lunghe camminate in mezzo alla citta’, di fermarci davanti a vetrine di brillanti negozi, entrare e comprare.
Di mangiarci una cioccolata calda con la panna in mezzo ad amici e facce conosciute, usando la nostra lingua italiana. Ma dopo il periodo iniziale ci manca qualcosa. Ci domandiamo inequivocabilmente “ma io, che ci sto a fare qui?… torno ad Haiti!”.
Sara’proprio perche’qui non ci si annoia mai tra disordini e casini colossali, catastrofi ed epidemie. Sara’perche’ci sentiamo diversi VISIVAMENTE, e non dobbiamo dare altre spiegazioni, non come in Italia che ci sentiamo diversi solo DENTRO, perche’ SEMBRIAMO uguali a tutti gli altri.
Sara’perche’a volte pensiamo davvero che possiamo aiutare.

Perche io resto

Io penso che chi decide di rimanere ad Haiti, come me, come Giulia, come Gianfranco, come Piero, come Emanuele, siano persone in cerca di una grande sfida, e quale sfida meglio di questa cara signora placidamente sdraiata nel mare dei Caraibi?
Tentiamo di spegnere un fuoco che arde dentro, tentiamo di superare i nostri limiti, le nostre paure, di capirci un po’di piu’ consapevoli di essere diversi, stranieri nel proprio paese, insoddisfatti di cio che abbiamo.
Io ho avuto una ragione valida per venire, un marito stupendo. La decisione di restare me l’ha continuata a dare la sua famiglia, e tutta la gente haitiana che incontro ogni giorno.
Non c’e nulla che mi possa ripagare di piu’che un sorriso, uno sincero.
Di morali solidamente africane. Di voglia di vivere, anche se non c’e molto di cui vivere. Di ringraziare anche di quel poco. Tornare alle sane radici che noi nella nostra societa’ consumistica abbiamo dimenticato. Semplicita’. Della mancanza dei lamenti infiniti ascoltati per anni in Italia, della tristezza che ti striscia sottopelle perche’c’e’sempre aria grave in casa o per strada ogni volta che si parla di soldi, politica, le bollette, la scuola, il lavoro, l’assicurazione, l’affitto. Grandi macigni nel cuore che tolgono la felicita’. Ma di cosa ci lamentiamo davvero? Qui nessuno ha nulla, nemmeno una casa, e nessuno maledice nessuno.

Kaka Voye

Kaka Voye, shit happens, le cose succedono, le cose passano.
Domani, se mi sveglio andra’meglio, se il Buon Dio vuole.
Ci si accontenta di poco, e io reimparo i valori base della vita, a non lasciare che lo stress mi mangi viva, ad aspettare. “Con la pazienza si riesce a vedere l’ombelico di una formica”.
Un italiano riuscirebbe mai a dirlo? Io ora si. Ed e’grazie ad Haiti.
Mi sta guarendo dentro, Haiti Cherie.
Elena


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