Elena aveva scelto di vivere e lavorare ad Haiti, poi è arrivato il terremoto, tutto è divenuto più difficile e la partenza, già in programma, è stata forzatamente rimandata.

Nonostante le grandi difficoltà Elena ha però continuato a perseguire i suoi obiettivi ed ora è ad Haiti e si dà da fare per contribuire ad aiutare la gente del posto. Ha però qualcosa da dire su quello che vede in giro, ecco un suo resoconto da Port Au Prince.

La relatività di Haiti: a Port Au Prince la vita è tornata alla normalità. E’ questa la frase che tutti vorrebbero leggere, con un velo di indifferenza intrisa di distanza, sareste tutti felici di aver inviato quell’SMS il 13 Gennaio passato per aiutare i bimbi di Haiti. Ed avreste finito. Cosa provereste invece se vi dicessi che la normalità degli haitiani è relativa, e parte da un livello di emergenza costante inflitto con un debito pubblico astronimico dalla Francia dopo la dichiarazione d’indipendenza del lontano 1804?

La normalità di vivere nell’emergenza è la base della sopravvivenza di molti popoli, anche di questo.La devastazione del terremoto ha portato gli occhi del mondo che giocava a mosca cieca con questo paese a guardare in faccia la realtà tramite l’attenzione mediatica che solo ora grazie ad i nuovi mezzi di comunicazione ci fornisce quintali di informazioni in tempo reale. Non si è infatti parlato molto delle altre piaghe che hanno afflitto il paese, tanto meno delle ultimissime quali l’uragano del 2008, e di quello del 2004 che hanno lasciato migliaia di morti nel fango.

Ma cosa è cambiato dopo il 12 Gennaio? Poche abitazioni godono dell’acqua corrente, chi è fortunato possiede una cisterna da riempire ogni mese. L’elettricità arriva di notte, per poche ore. Gli orfanotrofi sono pieni. Così anche gli obitori. Fosse comuni vengono scavate settimanalmente nei territori a nord. Pensate che questa situazione sia post terremoto? Sbagliato, è sempre stato così. Ora a fare da cornice a questo scenario si aggiungono detriti accumulati, tendopoli infinite e fogne a cielo aperto.

Passando a fianco del Caribbean Market si sente ancora puzza di corpi in decomposizione. Fortunatamente i ricordi dei fuochi notturni dei cadaveri che bruciano in strada per ore sono archiviati, le code di gente con gli arti mozzati davanti agli ospedali anche, ma rimane un’emergenza sanitaria di strutture non capaci e di una sanità esclusivamente per ricchi che una volta che le ONG se ne saranno andate con le loro attrezzature ed i propri medici, ripiomberà nell’oblio che questo paese ha sofferto per secoli. Perchè parliamoci chiaro, nessuno vuole investire ad Haiti. Solo gli americani rivendicano gli anni di occupazione dei Marines in modo da poter usare il territorio come un trampolino  di lancio di avvoltoi verso Cuba, una volta che si saranno liberati di Castro.

Diversi sono gli interventi effettuati giornalmente dalle molteplici ONG accorse per la nuova emergenza. Ogni giorno si vedono camion e uomini in uniformi gialle che spalano detriti, demolizioni in atto di edifici pericolanti, distribuzione di cibo in scatola in ogni campo tende. Oltreoceano si legge di quanti milioni di Dollari siano stati inviati al paese grazie alle donazioni internazionali. Ma le cifre non quadrano quando dentro i ristoranti più lussuosi si scorgono ogni sera tavoli imbanditi a nomi di queste ONG di gentiluomini stranieri che finita la cena lasciano sulla tavola quantità di cibo inimmaginabili e se ne vanno senza pagare il conto.

Chi paga? E quando si conoscono questi gentiluomini ci viene confidato che il loro assegno mensile supera i quattro zeri, hanno casa con tutti i comfort pagata, macchina con autista e scorta a disposizione e pure buoni per la benizina. Chi paga? Per i mondiali di calcio sono stati comprati megaschermi al plasma negli uffici. Chi paga? Sono tutti responsabili dei più disparati settori delle varie Organizzazioni Internazionali che operano nel territorio, mentre il personale haitiano è stato pagato 5 dollari al giorno per mesi, senza contratto, senza giorno di riposo, senza orario. Diciamo che questa ripartizione delle risorse finanziare lascia confusi. Ma la gente continua a vivere normalmente, arrangiandosi come ha sempre fatto. Le scuole hanno riaperto il 10 Maggio ed i bambini finalmente possono tornare alla loro vita. La benzina viene da navi provenienti dagli USA settimanalmente, ma non basta, e per giorni si contrabbandano galloni sottobanco, e si fa la fila per ore ai distributori per arrivare al lavoro, per andare a fare la spesa. Le banche sono prese d’assalto, per arrivare allo sportello si devono sopportare code di ore sotto il sole cocente se non si ha un contatto dentro che ti permette di saltare la fila. Anche quello si può comprare ad Haiti, si comprano contatti, persone, persino zombie, i morti riportati in vita, che fanno la guardia alla nostra macchina o ai vostri oggetti che vendete in strada, la notte. Haiti è l’unico paese al mondo dove resuscitare i morti è un reato punibile per legge.

Dopo la grande scossa, la terra continua a tremare, ad assestarsi e stiracchiarsi sotto i piedi di gente obiettivamente traumatizzata che salta in preda al terrore se viene mossa una sedia in una sala da pranzo. La necessità di dormire in tenda nei primi mesi è stata accettata come una soluzione di vita accettabile e preferibile anche da chi ha casa. Nessuno vuole più dormire dentro una stanza, è scoppiata una claustrofobia dilagante.
Come possiamo vedere la normalità è relativa e l’emergenza ne può diventare parte perchè l’essere umano grazie al suo istinto di sopravvivenza si abitua a tutto.
Elena


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